Mostra fotografica LENTE

attualmente presso Hotel Accademia Bologna

Introduzione

Lentamente andare. È ciò a cui costringe la neve. E nell’andar lenti anche lo sguardo si muove con un altro respiro. E ad altri respiri sono costrette le nari, che attraversano l’aria pungente in cui riecheggiano odori più puntuti: la legna che arde, gli aghi dei pini, da noi – sulla spiaggia – il salmastro non più contrastato dall’odore della sabbia, che giace coperta sotto un manto compatto innevato.

Anche i suoni colpiscono i timpani in maniera differente: li percepiamo lontani e ovattati. In questa dimensione rarefatta e pulita viene quasi da parlare sottovoce, noi, che non siamo più abituati ad abitare il silenzio.

Lente: l’oggetto attraverso cui Giorgio ci accompagna in questa passeggiata, e pone il nostro sguardo su una Rimini totalmente altra, un oggetto che potrebbe apparire limitativo per lo sguardo e diventa invece educativo, amplificandolo.

Onirica, come in un sogno, opposta a tutto ciò che l’immaginazione di chi non la conosce, scatena al suono del suo nome: Rimini usualmente sinonimo di una città ridanciana, solare, godereccia e, per questo, anche un po’ ruffiana.

Rimini che è invece, per chi da qui proviene – come perfettamente ha mostrato Fellini – luogo intimista, nebbioso, etereo, avvolto da una malinconia dolce ma mai appagata, che solo chi passeggia davanti al mare in inverno, ha tra i registri del suo animo.

«Festina Lente» recita l’antico adagio: un perfetto ossimoro di questa terra.

Mila Fumini

 

Seppiate, desaturate, dolci e soffuse. Ma intense, per simboli ed emozioni. Le immagini di Giorgio Salvatori ci raccontano di una Rimini soffice come la neve eppure calda anche se lontana dal pur benedetto fragore estivo. I luoghi fisici si intrecciano con le sensazioni, gli arbusti con le bitte d’ormeggio, i monumenti col gioco delle persone e la gioia di esserci in questa Rimini accogliente e riservata, quasi un controsenso, ma è così.

Voi che pensate che Rimini sia un fiore che sboccia solo d’estate siete in errore. Fermatevi davanti alle immagini di Salvatori, passeggiateci dentro: scoprirete piccole virgole che animano i fraseggi di una Rimini vivissima e dolce, certamente lontana dalle cartoline appese nel pensare comune: quelle virgole sono il seme dell’operosità e della fantasia romagnola, sono le nostre orme impresse sui moli innevati, quelle virgole siete voi, siamo tutti noi, e grazie a Giorgio ci ritroviamo tutti insieme a camminare sul velluto di immagini ricche di emozioni e di dolcezza.

Fabio Grassi

 

“Rimini è come il blues: dentro ci sta tutto”. Ligabue docet, ma non ha inventato nulla: ogni turista che è passato almeno una volta da qui, italiano o forestiero, si è fatto un’idea della nostra città.
E comunque non gli è rimasta indifferente.
Ma la differenza non è solo tra chi è di qui o di chi viene da fuori, ma è anche del tempo in cui questa città la si vive: estate e inverno. Chi passa di qui puntando al divertimento, al brulicare della vita, porta con sé un’interpretazione della città radicalmente diversa dai secondi, più disposti a lasciarsi attirare dall’altra faccia della medaglia, quella malinconica che appare il giorno o la stagione successiva.
La fotografia di Giorgio Salvatori, fotografo riminese che ama intensamente Rimini, si pone su un interessante punto di vista, come dal bivio da cui dipartono queste due strade maestre.

Gli scatti che propone, paiono richiamare il lato più riflessivo della città, quasi esistenziale di Rimini: senza dubbio questo nasce dal profondo amore che ha della sua città, che lo ha portato negli anni a conoscerne, ad investigarne e a vivere tutti gli aspetti. Compresi quelli della poesia del quotidiano, colta nei margini di quella che Pier Vittorio Tondelli, 30 anni fa, aveva definito «la Sodoma e Gomorra contemporanea».
Sono scatti intimi i suoi, dove anche le imperfezioni sono state volutamente lasciate, perché i contorni, anche se sbavati, definiscono.
E Giorgio mette in luce – è proprio il caso di dirlo – quel che resta del giorno e della notte, gli istanti successivi al sole, al divertimento, al brulicare della vita, quando l’animo è più incline a farsi cullare dai languori malinconici del tramonto.
Gli scatti fissano l’attimo prima, l’alba, il romanticismo che precede una nascita e non la malinconia che segue il calar del sole. Così, si prende tutto il tempo per trattenere il ritmo della città, per spezzare una velocità che accomuna oramai tutti noi, ma che in questo continuo mordi e fuggi, rischia di non farci apprezzare la calma, la pacatezza dei rumori e dei colori a cui, inevitabilmente la neve, ci costringe. Lentamente, a fuoco basso perché, come in cucina, le pietanze più saporite nascono in questo modo.»

Andrea Gnassi – sindaco di Rimini